Viaggio in Himalaya: Badrinath e grotta di Babaji

Viaggio in Himalaya: manovre di avvicinamento al Cielo- Badrinath e grotta di Babaji

Se ci penso oggi, non mi rendo ancora del tutto conto: sono finalmente stata sull’Himalaya. Capita che in questi giorni di dopo estate ci si ritrovi tra amici, e allora si finisce prima o poi per chiederselo: dove sei stato? Quando tocca a me rispondere, e mi sento pronunciare queste parole: “Sono stata sull’Himalaya”, mi guardo da una certa distanza, mi ascolto ancora come non fosse successo a me, e provo ammirazione e gioia per questo nucleo di vita da cui vengono a galla. Poi mi rendo conto che sono proprio io a parlare e che la luce che è nata dentro le pupille, quella che non stinge ancora allo specchio della città e della routine che cerca di ricominciare, non è un abbaglio: è un pezzo di Cielo, un pezzo di sogno.

Sono Stato in Himalaya
Sono Stato in Himalaya

Stavo attraversando giorni intensi questa primavera quando mi sono ritrovata a fare un gioco. Il gioco che faccio ogni volta che desidero spostarmi da quello che c’è, salire in groppa ad una felicità attesa. Così ho scritto su Google esattamente quello che volevo fissare per il mio “dopo tutti questi impegni”. Poiché sono una ricercatrice spirituale e una viaggiatrice per professione, non mi interessava una pura vacanza: il mio tempo libero è ora convertito tutto in ricerca della luce che voglio accendere negli angoli ancora bui della consapevolezza. Questo ha ridotto molto la concorrenza e mi ha portato direttamente al blog di Om Prakash, Rishikesh Day Tour, proprio questo in cui sto scrivendo ora.

Non potevo crederci: Om parlava italiano e spiegava con pazienza come aveva raggiunto la grotta del grande Mahavatar Babaji, che era una delle parole chiave della mia ricerca. In pochi minuti l’ho contattato, mi ha risposto, e il sogno ha iniziato a prendere forma di realtà. Om è stato incredibile, sensibile, e pieno di attenzioni: ha cucito insieme le tappe dei miei desideri e mi ha semplicemente detto: “Non ti devi preoccupare di nulla, andrà tutto benissimo. Se questo è il tuo momento, nessuno fermerà questo viaggio”. Infatti io non potevo partire nel periodo realmente consigliato, dopo la metà di settembre, e alla fine di agosto avrei incrociato ancora una coda dei monsoni; cosa sarebbe stato il mio tour, con una macchina e l’autista che Om mi aveva destinato, lo sapevano perciò davvero solo in Cielo.

Finalmente è arrivato il 22 di agosto, il giorno della partenza. Il meteo metteva violente piogge e mi ha accolto il sole, e con il sole c’era anche Om, che era venuto a prendermi all’aeroporto di Dheradhun per accompagnarmi alla sua Homestay, a Tapovan: una bellissima casa rossa in mezzo al verde delle risaie, a una camminata dal centro di Rishikesh ma con la garanzia di quiete e di notti cullate dal canto dei grilli. Om, la moglie Anju  – anche ottima cuoca – e i due meravigliosi figli Siddarth e Tushita sono stati da subito una famiglia per me nei giorni che avevo deciso di riposare prima del viaggio nelle vette.  Il giovane Siddarth è stato inoltre una guida perfetta nelle stradine di Tapovan, nelle camminate alla vicina cascata dove si può fare un bagno rinfrescante e al piccolo villaggio sulla collina soprastante, dove ci siamo bagnati di tramonto.

Ed ecco, poi, arrivare il giorno della partenza per il tour himalayano. Ero emozionata e fiduciosa. L’autista che Om aveva scelto per me è stato un vero compagno di viaggio: aveva compreso che mi interessavano tutti i punti di intensità spirituale che avremmo trovato sul tragitto, ha presto imparato cosa amavo mangiare e cosa no, e lo traduceva per tutti i piccoli ristoratori dove facevamo pausa, avevamo un ritmo perfetto di parole e silenzi. La prima meta era Badrinath, 12 ore di auto che abbiamo suddiviso in due tappe, fermandoci al potente tempio galleggiante di Srinagar e una notte a Rudraprayag, in un albergo affacciato direttamente sulle prime vette dell’imponente catena montuosa.

Il mattino presto abbiamo ripreso il viaggio, la strada si faceva sempre più umile di fronte al crescere della forza della natura. Finché, poco prima di arrivare a Badrinath, come capita spesso da quelle parti, c’era una grande frana: bisognava proseguire a piedi e prendere un’altra auto al di là dell’ostacolo. L’autista mi ha aiutato a fare tutto il passaggio e poi ci siamo salutati per il tempo in cui sarei rimasta nella città sacra, in cui l’auto non poteva arrivare. Forse era un messaggio: in questo viaggio che avevo deciso di fare da sola, come deve essere un vero viaggio spirituale, mi era richiesto ora ancora un po’ più di coraggio: affidarmi completamente agli eventi del Cielo. E il Cielo di Badrinath parla davvero a chi abbia il cuore aperto.

L’aver scelto una stagione diversa da quella propriamente turistica, mi ha consentito di avere un’esperienza vera, profonda, un confronto faccia a faccia con le nuvole che disegnavano la volta azzurra tra i picchi, i fragore dei corsi d’acqua, i canti del piccolo splendido tempio, in cui sembra davvero di poter toccare la sostanza divina. Non c’erano molti occidentali in giro, ma le persone dell’Himalaya sono estremamente cordiali e d’aiuto e non mi è mai mancato l’appoggio di Om da lontano. Un ricordo particolarmente dolce mi resta del piccolo villaggio di Mana, l’ultimo baluardo indiano prima che inizi la Cina, dove c’è la grotta in cui si dice sia stato scritto da Ganesh, su dettatura di Vyasa, il grande testo sacro del Mahabharata, e dove il fiume mosso che porta il nome della dea Saraswati benedice i visitatori.

Le tappe successive, dopo che mi ero ricongiunta all’autista, hanno approfondito l’abbraccio verde di questo grande tempio diffuso che è l’Himalaya, in cui ogni viaggio è una trasformazione che lavora la pasta dell’anima. La tappa di Gwaldam è stata un affaccio di luce, quella di Kausani, un vero ritiro nel intensità del paesaggio disegnato dalle tenute di tè, di cui anche il Mahatma Gandhi ha descritto la pace. Infine restava l’ultima tappa: la grotta del grande Babaji, Maestro dei Maestri, e capostipite del lignaggio del kriya yoga, di cui seguo il sentiero attraverso l’insegnamento di Paramhansa Yogananda. Per stare più vicino al luogo sacro, avevo chiesto ad Om di risiedere nella piccola guest house di Joshi: una serie di stanze e bungalow che danno direttamente sul sentiero da cui si parte per raggiungere la grotta.

Mahavatar Babaji Caves: A Walk Through An Abode of Kriya Yoga
Mahavatar Babaji Caves: A Walk Through An Abode of Kriya Yoga

A me è toccata una piccola casetta di mattoni rossi, con coperte colorate e tante piccole finestre nella volta. Joshi saliva per i pasti con cibi caldi e saporiti e non avrei desiderato nulla di più: non ero forse neanche più la persona che era partita, stavo diventando un po’ alla volta una versione più necessaria di me. Sono salita due volte alla grotta, la prima, per ingordigia, subito, appena arrivata, ma ero troppo stanca per goderla appieno. Il giorno dopo è stato un cane che aveva qualcosa di magico a condurmi su, attraverso una scorciatoia, e ad attendermi per tutta la durata della visita e della meditazione, per poi riaccompagnarmi a casa. Mi piace pensare che sia stato il benvenuto di Babaji: anche questo succede nell’Himalaya.

Al ritorno a Rishikesh mi sono fermata ancora qualche giorno alla homestay di Om con la famiglia, mentre mi aveva raggiunto un amico indiano, del Kerala. E sono stati nuovi giorni veri, familiari, come fosse stato da sempre così. Anche se i doni sono stati molti, sono certa che ho appena sollevato il velo dalla luce splendente di quei luoghi e, ora che ho visto che i sogni non titubano molto a diventare realtà se ci credi davvero, sono certa che farò presto ritorno. Che un po’ di quello che chiamo casa è ora lì, sull’Himalaya.

Giulia Calligaro, autrice, giornalista, ricercatrice spirituale.

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